Quando si scioglie una scena

A quella che è stata la sua scena fino ai trent’anni non ci crede più perché ha visto che fine ha fatto. Marco Vezzaro dei Winter Dust racconta come la scena si sceglie e poi si scioglie, perché i locali chiudono, perché le persone litigano e perché in fondo non si perde mai quel desiderio di trasformare la musica in un lavoro, e si attraversano diverse fasi di questa patologia.

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di MARCO VEZZARO

C’è quello che ha avuto una grossa delusione e ha smesso del tutto di suonare anche se al tempo era il più bravo di tutti, l’ho incontrato a MediaWorld, ha attirato la mia attenzione chiamandomi col mio soprannome dell’epoca mentre guardavo distratto cartucce da stampante, strano modo di passare il tempo per me che neppure ce l’ho una stampante. Mi ha detto che se la passa bene ma non gli ho creduto.

C’è quello che ci ha provato, si è trasferito a Londra ma ha cambiato del tutto gusti e genere, si è messo a studiare la musica, era il meno preparato di tutti, ma ci credeva più degli altri e non si è fermato davanti a nulla.

Ce ne sono un paio che si sono smarriti, non solo come musicisti ma proprio come persone e adesso quando li incontro li riconosco a stento.

C’è chi ha avuto l’inevitabile svolta elettronica, techno, ambient, che ti prende quando metti fuori il naso dal paese e scopri che cosa sia davvero la cultura del club, o semplicemente ti perdi in un mondo più adatto a una vita adulta che a quella adolescente, per libertà, orari, indipendenza, capacità di spesa, o perché no?,  ideali.

C’è chi ci ha provato in tutti i modi, scrivendo qualcosa come un centinaio di canzoni l’anno, registrandone e pubblicandone la metà, ma nessuna ha mai funzionato come la prima. Ironico, di solito le cose dovrebbero andare all’inverso.

C’è chi ci ha provato in tutti i modi andando dove si riverberava il mercato, arrivando puntualmente in ritardo, proprio come fa il riverbero.

C’è quello che ancora gira i pub e le feste della birra col suo gruppo, non ha mai cambiato chitarra, non ha mai cambiato cappellino, è la foto di un uomo ragazzino, non ha mollato mai perché è evidente che vuole questo, gli basta, o forse appunto non gli basta mai.

E ce ne sono poi tanti, tantissimi che hanno mollato, e hanno mollato proprio quando si è sciolta la “scena”, perché di fatto quella volevano, più che la musica. Più che suonare volevano sentirsi parte di qualcosa, che fosse suonando, ascoltando, recensendo, fotografando, o levando i mobili della nonna dal salotto per farci suonare un gruppo al pomeriggio e vendere le lattine di Hollandia a 50 centesimi con un guadagno di 11 cent netti.

Una scena si scioglie perché i locali chiudono, non importa che lo facciano perché nessuno si preoccupa di preservarli da una pandemia mondiale che li tiene fermi 4 mesi, o per ordinanze di sindaci preoccupati di perdere le elezioni per gli schiamazzi, o per promoter che se ne contendono la direzione artistica. Si scioglie perché le band si associano nell’utopia del tutti per uno uno per tutti, ma appena a una band va meglio che alle altre, le altre si risentono.

Una scena si scioglie perché le persone che ne fanno parte litigano, e di solito a farci litigare sono i soldi, l’amore e il potere: i primi non ce ne sono quasi mai, il secondo c’entra poco ma contribuisce, il terzo è più illusorio che effettivo ma è sufficiente a far detonare gli ideali di una musica che unisce.

Una scena si scioglie perché in fondo non perdi mai quel desiderio di trasformare la musica in un lavoro, e attraversi diverse fasi di questa patologia. La prima fase è che ti piacerebbe vivere di un’arte che non padroneggi, che vedi come solo ispirazione e zero applicazione, e pretendi che il mondo se ne accorga ma non sei disposto ad accorgerti del mondo. La seconda fase è la disillusione, quando ti rendi conto che il mondo di chi vive di musica è cattivo, clientelare e non ti vuole, allora decidi che la musica te la tieni, ma come hobby, un hobby appena meno costoso del golf, senza più pretendere nulla, al massimo di riuscire a girarti l’Europa quasi spesato prendendoti le ferie se te le danno. La terza fase è quella in cui smetti di associare il concetto di lavoro a qualcosa di corrotto che per forza snatura la passione, e cominci ad applicare il concetto di “professionalità” a una cosa che ti piace fare. A quel tempo ti svegli che hai trent’anni, non hai più tempo di sognare, però hai un po’ di esperienza per riprovarci. Sì certo, l’amplificatore pesa sempre di più sul mal di schiena. Magari ti capita anche un incidente col furgone della band e non affronti più l’autostrada come un semplice luogo di passaggio come prima.

Nella scena, la tua, non ci credi più, perché hai visto che fine ha fatto anche se ti fa comunque più piacere che ne nascano altre di più giovani, piuttosto che il contrario. Poi un giorno decidi che alla fine ci vai al concerto dei NOFX nella tua città anche se sei cresciuto. Lì incontri tutti: quelli che hanno smesso, quelli che hanno continuato, quelli che si sono smarriti, quelli che non vedevi da un sacco, quelli che ci stanno ancora provando, i venduti e i puri, e allora forse capisci che la scena non si è sciolta, ma galleggia ancora. Come la merda, ma la merda degli altri puzza, la tua -ammettilo- hai sempre pensato che profumasse.

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