L’inconsapevolezza de La Scena

Secondo Alessio, se avevi una casa in affitto come quella di Via Avanzo 49 e se vivevi a Padova, era obbligatorio organizzarci dei concerti. Così è stato: batteria, sassofono distorto, chitarra, amplificatori sono arrivati nel suo salotto, a pochi metri dai treni in transito e tra gli spacciatori appostati vicino i cassonetti dell'immondizia.

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di ALESSIO POZZOBON

“Fate ancora i concerti?”

Spesso dalla gente che segue i concerti mi sento fare questa domanda.

Ogni volta che la ricevo provo la sbandata sensazione di essere uscito dal “giro”, ma poi mi rendo conto che, sì, allora c’era un “giro” e, insieme ad altri, ne sono stato parte.

Se tra l’auditorio capita qualcuno che non conosco devo sempre dare delle spiegazioni, anche perché la mia band e il mio locale non sono mai esistiti e non hanno mai potuto fare delle scelte consapevoli. Per esempio in quale Scena stare.

Sono però arrivato alla conclusione che, checché ne pensiate, l’elemento fondante de La Scena è l’inconsapevolezza. Finché una buona dose di casualità è a favore e qualcuno o qualcosa sbuffa sulla brace, una Scena può divampare e riprodursi. Ma, nel preciso istante in cui La Scena si riconosce, La Scena svanisce. La Scena vive nel vago e nell’indefinito.

L’ho scoperto a posteriori, ma sono stato anch’io elemento de La Scena. Sono quindi consapevole, anche solo nominandola, di dare pronta sepoltura alla realtà per la quale sono stato spronato a scrivere due righe. Parlerò per la prima e ultima volta di Via Avanzo, 49 a Padova e di come mi sono trovato inconsapevolmente dentro a La Scena.

Via Avanzo 49 era l’indirizzo della mia vecchia abitazione, qualche anno fa. Qualche tempo dopo di qualche anno fa feci due parole in croce con il buon Alberto riguardo al fatto che in una casa in affitto con una metratura superiore ai 50 metri quadri e dotata di salotto fosse consequenziale organizzarci dei concerti.

Passa forse qualche settimana e, mi pare fosse estate, succede quello che succede ad ogni festival estivo: piove al pomeriggio e il meteo online di Google sostiene lo stesso.

A quel festival dovevano suonare i Captain Mantell sopra, mi pare, un bel palco di otto metri per sei.

Prontamente ricevo un messaggio via Whatsapp dal succitato Alberto: “li facciamo da te”.

Batteria, sassofono distorto, chitarra, amplificatori al massimo in un luogo dove ero solito passare il tempo a bestemmiare contro i treni in transito a pochi metri dalla finestra, o spiare gli spacciatori che si appostavano vicino i cassonetti dell’immondizia. Festa riuscita.

Qualche giorno dopo abbozziamo un calendario e già la settimana successiva abbiamo un altro concerto. Da qui in poi proviamo già a darci una dimensione professionalizzata: un evento veniva promosso, il giorno del concerto si preparava la casa, la band arrivava, faceva il soundcheck intorno alle 17, cenava, la gente verso le 8 iniziava ad entrare, lasciava l’offerta all’ingresso, la cucina era adibita a vendita birre e cocktail, le prime note suonavano con il solito ritardo previsto ad ogni concerto, ci si ubriacava, l’esibizione finiva e partiva inevitabilmente una selezione di pezzi trash scelti dal pubblico attraverso un computer sempre acceso e a disposizione di tutti. La routine del giorno dopo iniziava verso le 12 con la pulizia del pavimento completamente annerito e disseminato di sigarette, il tutto reso più difficile da una forte emicrania.

In un attimo ci siamo trovati ad avere le idee, un luogo e la strumentazione adatta. Tutti fattori di un’organizzazione efficiente? Per niente. Certo, è servito un pizzico di incoscienza nel combinarli tutti assieme, ma l’ingrediente chiave è sempre stato una confusa occasionalità.

La programmazione, in primis, era gestita dal caso. Le band che avevamo in programma di far suonare, per pigrizia nostra e per non allineamento corretto degli astri, non hanno quasi mai suonato. In compenso hanno trovato spazio proposte cadute dal cielo o di passaggio.  Dopotutto, l’afflusso era sempre sopra le aspettative e, ovviamente, sempre sopra la soglia di vivibilità.

La presenza della strumentazione tecnica per mettere in piedi il nostro circo era pure una fortuna immeritata: Piero, uno dei nostri, era attrezzatissimo, un po’ perché lavorava come fonico, un po’ perché il padre aveva uno splendido negozio di chitarre vintage.

Chi c’è stato può anche confermarvi che un elemento riconoscibile era sentire la batteria risuonare a isolati di distanza. E le lamentele dei vicini? E la polizia alle 23 30? E il degrado? Tutta quest’opera si reggeva anche sull’inspiegabile, immotivata e a sua volta altrettanto incosciente connivenza dei condòmini. I nostri maggiori alleati furono la vecchina con deambulatore del piano superiore, che al sentire risuonare le prime note ci portò delle birre in omaggio, e l’unico padre di famiglia del palazzo, il quale, ritrovato qualche anno dopo a una partita di tennis, mi lasciò perplesso con un: “io non sentivo niente”; inconsapevole.

Per un breve periodo fu un bellissimo gioco. Avevamo un logo con payoff accattivante, un budget per pagare gli artisti che cresceva serata dopo serata, band da fuori regione che si proponevano via Facebook per suonare, alcune perfino straniere, ma soprattutto molti aneddoti rimasti nella memoria.

La voglia di perdere una giornata a sistemarti casa veniva dal modo in cui ti si rivolgeva chi veniva per la prima volta e ti diceva: “questo cosa è incredibile”; e, allo stesso modo, da chi era sempre presente e ti diceva appunto che quella situazione era veramente incredibile.

In chi ha suonato sorprendeva invece la naturalezza nel trovarsi in quella casa, in quel determinato ambiente. Ad alcuni trasudava nervosismo prima del concerto, altri trasudavano grappa o birra in lattina, altri sistemavano il merchandise sopra il mobile dove nei giorni di riposo gracchiava la televisione.

Non era comunque facile gestire una cosa non seria in modo serio e seriale, e forse ora che scrivo mi rendo conto non sia stata nemmeno propriamente “gestita”. Il problema delle risorse umane interno era reale. Non tutti gli inquilini erano giustamente allineati sulle scelte e sulle modalità, sulle persone da invitare e la musica da ascoltare (tutti hanno però sempre concordato che l’ultimo pezzo della nottata dovesse essere Maledetta Primavera), ma nonostante questo ogni cosa veniva fatta con l’inspiegabile sensazione che fosse quella più adatta. Come fossimo trainati da una corrente.

Così, noi sgangherati abitanti di quell’appartamento, siamo stati La Scena e non ce ne eravamo accorti.

Siamo stati megafono della sua diffusione dal momento in cui è entrata nel nostro quotidiano, e ora, con queste parole, sono malinconicamente consapevole di metterla definitivamente in fuga raccontandone il rapido bagliore che ho visto. Preoccupato, vi lancio un monito:

Che nessuno provi a raccontare La Scena.

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