MadD3E è un producer romano. Non è un ballerino. Eppure è dentro la scena delle battle da anni, suona in giro, ha un catalogo enorme e manda avanti la cosa con un Bandcamp e poca voglia di compromessi. Lo abbiamo chiamato per capire cosa succede quando un musicista entra in una cultura che non è esattamente la sua, e non vuole uscirne.
Mauro ha 35 anni, fa il DJ da quando ne aveva 14. Da qualche anno è diventato una presenza fissa nella scena del popping romano, quella cosa lì, il grande ombrello che copre Popping, Boogaloo, Tutting, Robot etc… Una roba molto americana, molto hip hop. In Italia quasi invisibile, a meno che tu non sappia dove guardare. Lui non è un ballerino, ci tiene a dirlo. È entrato in questa scena per via della musica.
Battle e Clubbing
Per capire perché questa scena lo ha catturato e trattenuto, bisogna capire da dove è venuto, e perché ne è uscito.
MadD3E ha suonato in club per tanti anni. Ha smesso. Non perché non gli piacesse la musica, ma perché non gli piaceva quello che succedeva intorno. La gente che stava lì solo perché doveva stare lì. Il palco alle cinque di mattina. Quella specie di plastica che avvertiva in mezzo a certi ambienti, finte relazioni, collaborazioni nate per status e non per quello che uno poteva portare al progetto dell’altro.
La scena del popping gli ha dato qualcosa di opposto.
“Mi sembra sempre di stare a un cazzo di barbecue con una famiglia enorme, americana. Tutta gente che si diverte, che sta con gli altri, che scambia.”
Gli eventi partono nel pomeriggio. C’è luce. Quando arrivano le persone dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania non vengono a stare in fila davanti a una cassa e guardare il DJ di spalle. Vengono a fare una cosa insieme. Qui, le persone tossiche si filtrano da sole. Non guadagnano status col numero di follower.
“Gente con 800 follower vince una competizione contro chi ne ha 40.000. Questa cosa nel mondo della musica non succede.”
C’è qualcosa in questo modello, nella battle come confronto sano, nell’abbraccio dopo lo scontro, che nel mondo musicale che ha frequentato non ha mai trovato. E che non vuole perdere.
Non fa musica per i ballerini
Nel 2018 fa una canzone. Un amico videomaker lo mette in contatto con Neji, uno dei punti di riferimento per il popping della scena romana. La musica di MadD3E stava già girando tra i ballerini senza che lui lo sapesse. Da lì inizia a suonare ai loro eventi, prima live, poi come dj alle battle. Lo chiamano perché suona roba sua! Nessuna strategia di marketing, solo tanta passione.
La cosa che tiene a precisare è che non ha mai pensato a fare musica per i ballerini. Eppure quello che esce è altamente traducibile in quello che fanno. Il popping è uno degli stili musicalmente più liberi che esistano, funziona col funk, con i beats, con l’electro-funk e le influenze piu elettroniche, e questo lascia spazio a MadD3E di cambiare genere ogni canzone, senza etichette o restrizioni.
Ma la cosa davvero interessante è l’altra direzione dello scambio.
“Ti fanno scoprire cose nella musica che non avevi mai sentito”
I ballerini non sentono la musica come la sente un musicista. E proprio per questo vedono cose che lui, con vent’anni di produzione alle spalle, non riesce a vedere da solo. Porta musica che loro non conoscono e loro gliela rimandano trasformata in qualcosa che neanche lui sapeva di aver fatto.
È uno scambio che ha anche una dimensione fisica, ed è quella che lo ha sorpreso di più. MadD3E odia esibirsi. Lo dice con una chiarezza disarmante: odia il palco, prima di ogni live vorrebbe stare in studio. Poi sale e si diverte. Poi scende e pensa: potevo stare in studio!
Però non smette. Perché in quel contesto, con i ballerini davanti, con la musica che diventa movimento, succede qualcosa che altrove non gli è mai capitato: vede la sua musica.
“Capisci cose di quello che hai fatto che da solo non avresti mai capito.”
La musica non è tua
In studio, MadD3E è caotico. Lo dice lui per primo, con una certa soddisfazione. Può partire da un piano, da percussioni, da ore di sound design sui synth. Accumula materiale grezzo e poi lo riordina. L’approccio caotico è una scelta precisa: serve a disinnescare la parte di lui che è troppo schematica, troppo dentro le regole per come la sua musica dovrebbe funzionare.
Ma la cosa in cui crede davvero è più radicale di così.
“Se metti le mani sul piano senza pensare, ti esce qualcosa che non è tuo. Stai prendendo qualcosa che esiste già, dal mondo, dalla tua testa, da qualche parte, e lo stai traducendo con le tue skills. La tecnica è il mezzo. Non è l’arrivo.”
La preparazione serve a essere un recettore pronto, non a controllare cosa esce.
Se vuoi sentire musica nuova
C’è un’altra cosa che questa scena gli ha dato, e che non si aspettava: un orecchio diverso.
Alle battle la selezione musicale segue standard completamente diversi rispetto a quelli del mercato. Non conta quante volte è stata streammata una canzone, non conta chi l’ha fatta. Conta come suona in quel momento, in quel contesto, su quei corpi. Il risultato è che si finisce per sentire roba che non esiste da nessun’altra parte, digging vero, canzoni con trenta ascolti, vecchi dischi di house di Chicago che nessuno ha tirato fuori da anni.
“Se volete andare a un concerto e sentire musica nuova, andate a una battle. La maggior parte delle volte sentirete roba che non sapete neanche che esiste.”
È l’opposto esatto di quello che succede nel clubbing, dove la selezione è spesso costruita intorno a quello che la gente già conosce, già si aspetta, già vuole sentire. Lì la musica è un contorno. Qui è il centro, ma un centro che non ha bisogno di essere riconosciuto per funzionare. Anzi, funziona meglio quando non lo è. Ed è esattamente per questo che MadD3E si trova bene: porta musica sua, sconosciuta, e quella libertà di non dover rispondere a nessuna aspettativa è la stessa che ha cercato per tutta la vita.
I conti non tornano
In questo mondo, MadD3E è indipendente per scelta, non per mancanza di alternative. Ha lavorato nell’industria, mix e master, produzioni e registrazioni in studio, e dopo tanti anni ha deciso che non faceva per lui. Troppa plastica, troppi compromessi!
Il suo modello funziona così: una canzone al mese su Bandcamp, abbonamento, prezzi bassi. L’obiettivo è raggiungere più persone possibile, non massimizzare il margine su ognuna. Sa che con un’etichetta potrebbe andare più lontano, ma non è disposto a fare certi sacrifici per arrivarci.
Creare un modello sostenibile e libero per il proprio progetto non è un’impresa facile, e non sempre dà i risultati sperati! Sicuramente, come dicono le frasi fatte dei reels motivazionali, se si continua per la propria strada tanto a lungo senza voltarsi, prima o poi ci si riesce!
C’è però una cosa che teme più dei conti che non tornano: che la scena cresca troppo. Quando arrivano gli sponsor grossi, quando un mondo diventa mainstream, si inceppano esattamente quei meccanismi che lo hanno attratto, le persone tossiche che non si filtrano più da sole, lo status che torna a contare, la plastica che conosce bene. Lo ha visto succedere altrove. Non vuole vederlo succedere qui.
“Per fortuna questa cultura è ancora underground. E deve rimanere così.”
Non è nostalgia, e non è nemmeno purismo. È una posizione precisa su come funziona l’arte quando il mercato entra dalla porta principale. Lui nel frattempo prova a tenere aperta una porta laterale: portare nella scena suoni che le persone non hanno ancora sentito, alzare la qualità di quello che viene suonato alle battle, creare uno scambio che vada in entrambe le direzioni. È il suo modo di contribuire a questa cultura senza snaturarla.
Intanto questo maggio è andato in Giappone e in Corea.
Lo hanno chiamato loro, lui non ci pensava.
È andato a portare la nostra cultura e la nostra musica in posti così lontani, e alla fine si è reso conto che nonostante le diversità culturali, all’interno della scena, le situazioni e le persone non sono così diverse! Non la fama, non i numeri, ma i posti, le persone e le storie che si aprono dopo che scendi dal palco che odi.
“Io odio suonare. Non smetterò mai.”