Vissuti e raccontati da: Morbid Cut e Paolino
Dopo una tipica serata di degrado milanese post apertura di Visconti per i Royel Otis (che non abbiamo visto), la comitiva composta da i Morbid Cut (Giulio Patarnello e Valerio Visconti) e il loro badante Paolo Tisatto, da qui in poi chiamato solo Paolino, si dirige all’aeroporto di Bergamo Orio-Al-Serio e prende l’aereo con partenza ore 8:30 direzione Belgrado.
Dopo un volo tranquillo per tutti tranne che per Valerio, atterriamo e dopo una iniziale difficoltà nel trovare un mezzo che ci portasse in città, saliamo su un bus e in 30 minuti di tragitto condito da tipici edifici brutalisti ex sovietici, arriviamo in centro.
Qui, subito dopo aver cambiato i nostri euro in dinari e aver preso due pacchetti di sigarette a testa spendendo un terzo che in Italia, veniamo raggiunti dal nostro cicerone: il musicista russo Kirill Gorodnij, il quale ci porta al luogo in cui veniamo ospitati a dormire. Qui ci apre la porta Sophie, promoter russa di festival e eventi legati alla musica alternativa ed elettronica come il Changeover fest, e la sua simpatica e affettuosa cagnetta Lulu.
Lasciati giù i nostri miseri bagagli, andiamo con Kiril a fare il nostro primo pranzo tipico serbo, composto da Ćevapčići, birra, un bicchiere di grappa e una sigaretta fumata all’interno del locale, per un totale di 9 euro a testa. Dopo un po’ di giri per la città passiamo da ŠKART, uno degli svariati locali aperti negli ultimi anni dai russi trasferitisi in Serbia. ŠKART è un bar che non si farebbe nessuna difficoltà a trovare in città come Berlino o Londra, per quanto poco senso possa avere fare questi paragoni, ma di base ci troviamo dentro a un bellissimo locale dove si beve la birra e il vino naturale e si vendono vinili, con dietro una cura e una ricercatezza che, onestamente, non ci aspettavamo.
Dopo essere passati a casa per sistemarsi e sistemare il dj set che di lì a poco avremmo fatto, ci dirigiamo verso il Bife Bar, un’incredibile speakeasy al secondo piano di un condominio in una zona abbastanza centrale di Belgrado gestito anche questo da russi. Mentre noi suoniamo un dj set di 3 ore composto da tracce provenienti da svariati generi diversi, dalla jungle al post-punk, dalla techno al rock, Paolino è fuori a bere e fumare parlando dell’Italia alla Silvio Berlusconi con una platea di russi che ascoltano molto interessati ma soprattutto divertiti.
Finito il set alle ore 23, e dopo ricevuto diversi complimenti e il pagamento per la serata (entrambe cose che non ci aspettavamo essendo abituati all’Italia), insieme a Kiril, Sophie e a dei nuovi amici russi conosciuti la sera stessa, ci spostiamo al “Belgrade Design District”, un labirintico centro commerciale con una pletora di bar incastonati all’interno dell’edificio. Optiamo, dato il nome, per il “Drum n Bass bar”, un piccolo locale con una terrazza che dava sull’interno di questo complesso di edifici e soprattutto i gin tonic a 4 euro. Qui intratteniamo un’animata ma interessante conversazione sull’anarchia e la Croazia con il primo vero serbo con cui parliamo da quando siamo arrivati (N.B. tutti i serbi e i russi che incontreremo parlano l’inglese perfettamente). Finita la serata e sfiniti dalla giornata pienissima andiamo a casa e crolliamo a letto con Lulu che decide di dormire insieme a noi.
Il giorno dopo, dopo esserci svegliati con calma e aver fatto una sorta di brunch molto sostanzioso, decidiamo di dedicare la giornata a girare per la città. La meta verso cui ci dirigiamo nello specifico è la “Torre Genex”, un famoso edificio brutalista che si trova a “Belgrado Nuova”, fuori dal centro dove eravamo rimasti fino ad adesso.
La Torre è incredibile e dopo averla girata in tutti i modi e aver incontrato dei vicentini che stavano andando all’airbnb che si trova all’ultimo piano della torre stessa, prendiamo una birra e un pacchetto di sigarette e con non poca difficoltà e diversi cambi di autobus torniamo nella zona in cui dormiamo e andiamo di nuovo da ŠKART, dove conosciamo Stefan, uno dei più importanti promoter russi della scena alternativa nonché fondatore di ŠKART stesso e del Changeover festival oltre che di altri locali in giro per Belgrado. Su caloroso invito di Stefan e di tutti i russi presenti beviamo circa 8 grappe a testa e decidiamo di spostarci in un’altra zona dove troviamo altri due bar con musica e dj set annessi: il Cabaret Paradjz e il Fazenda (il quale incontreremo di nuovo anche il giorno dopo).
Qui continuiamo a bere e, dopo aver mangiato un buonissimo Bao a un prezzo ridicolo, veniamo approcciati da un serbo-siberiano che, completamente alterato da numerose sostanze, ci invita ad andare a ballare con lui. Dopo un deciso rifiuto da parte nostra decidiamo di rimanerci a parlare per pura curiosità autodistruttiva e veniamo travolti da un fiume di parole ubriache che ci parlano di armi, droghe, punizioni serbe e altri interessanti argomenti abbastanza crudi tutti conditi da continue entrate e uscite dal locale e svariate urla da parte dell’incredibile soggetto. Soddisfatti dall’esperienza autentica e catartica decidiamo di tornare a casa.
Si arriva infine all’ultimo giorno, quello del live. La serata, che inizialmente doveva svolgersi al Mačkin Dom ma che per problemi logistici e forse politici si è dovuta spostare, si farà al Karmakoma, un altro locale gestito da russi un po’ più fuori dal centro. Conclusa una buona colazione europeo-russa in un moderno locale pieno di giovani, facciamo un altro po’ di giri per la città e ci dirigiamo infine verso il locale facendoci una buona mezz’ora a piedi su una tangenziale completamente buia.
Arrivati lì per le quattro del pomeriggio (fa buio molto presto a Belgrado a dicembre) facciamo il soundcheck e cerchiamo di calmare l’ansia che un pochino era salita sentendo il soundcheck delle altre tre band (Zarnica, Seminar e Spasibo – nelle ultime due suona la chitarra e canta anche il nostro amico Kiril) e bevendo un paio di birre. Arriva l’ora del live, facciamo uno shot di vodka con Kiril, Rasel (il cantante degli Spasibo) e Paolino e saliamo sul palco. La platea, nonostante sia presto (le 19:30) è già abbastanza piena, ci sono circa un centinaio di persone.
Le altre band sono sicuramente più tradizionali quindi iniziamo a suonare un po’ titubanti e dubbiosi che la nostra musica possa prendere ma, a 10 minuti dall’inizio del live, vediamo che la gente comincia a muoversi e a prendersi bene. Dopo 30 minuti volati il live è finito e lasciamo il palco al resto delle band. Usciamo a fumare e scambiamo due parole con un po’ di persone che c’erano lì e, un po’ fieri e un po’ sorpresi, constatiamo che il live e la nostra musica in generale erano piaciuti davvero a tutti, sia amici che avevamo già conosciuto le sere precedenti sia persone mai viste, anche anagraficamente più grandi di noi.
Contenti e soddisfatti rientriamo nel locale dove tra una birra e uno shot di vodka ci vediamo tutti i concerti e assistiamo anche a uno stage diving di Paolino. Il posto è pieno e la gente è veramente presa bene. La serata finisce abbastanza presto e per le 22:30 siamo su un bus che ci porta al Fazenda dove ci sarà l’after che coincide anche con il compleanno di Rasel, che oltre a essere anche il cantante degli Spasibo era anche il promoter di tutta la serata. Al Fazenda la situazione è abbastanza folle, ci sono una marea di persone che bevono e festeggiano, molte con una maschera con la faccia di Rasel. Al Cabaret Paradajz, che si trova letteralmente a una rampa di scale sopra, c’è l’ennesimo dj set e noi ci alterniamo tra lì e il Fazenda bevendo, fumando e parlando con tantissimi russi lì presenti di musica, di politica, di Italia e di molte altre cose che ci è difficile ricordare. Alle 3, sfiniti, andiamo a prendere il bus che ci porterà in aeroporto.
Salutiamo tutti in un momento di toccante e sincera commozione condita da un po’ di alcolismo e dopo svariati abbracci e ringraziamenti andiamo alla fermata. Qui abbiamo un’ultima simbolica conversazione con un serbo al quale chiediamo se secondo lui il bus passerà e dopo averci rassicurato ci mostra le sue tasche vuote dicendo che ha perso tutto al casinò e si mette a parlare di basket. Il bus effettivamente e contro ogni pronostico arriva, e in un’ora (o una birra se vogliamo misurare così il tempo) ci porta in aeroporto. Il volo parte alle 6 quindi decidiamo di tenere duro e intrattenerci fino all’ora della partenza comprando due stecche di sigarette a testa (per la modica cifra di 10 euro l’una) e facendoci un massaggio sulle poltrone massaggianti. Ormai più morti che vivi saliamo sull’aereo e per le 10 siamo a Milano.