COSE CHE MI SONO CAPITATE

"Hünade cörte, biìde lönghe" ovvero "suonate brevi, bevute lunghe": per Joe dei Giallorenzo la musica permette di vivere dei momenti unici e fondamentali, ma soprattutto di incontrare persone con lo stesso desiderio di fare qualcosa di bello per se stessi, prima che per gli altri e prima del successo. Quello, mettiamoci i il cuore in pace, non arriverà mai.

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di Giovanni Pedersini dei Giallorenzo e Malkovic

Non ricordo nemmeno come si chiama e non voglio cercarlo però sta di fatto che il mio bisnonno è stato uno importante, o almeno così mi sono convinto che sia.

Senza di lui probabilmente io e Fabio non ci saremmo mai cagati e invece diversi decenni fa il mio bisnonno ha deciso di essere tra i primi musicisti della filarmonica del nostro paese di origine, 15km a nord della splendida perla del paradiso prealpino: Brescia (Leonessa d’Italia? Roberto Baggio? Pota? Niente? Mi spiace per te).

Di lui non è che sappia molto, anzi, so solo che suonava la tuba. Non so nemmeno che suono faccia la tuba ma quella filarmonica poi è diventata una scuola di musica che un centinaio di anni dopo ha permesso e decretato l’incontro tra il sottoscritto e il già citato Fabio, col quale avrei voluto realizzare il sogno del me stesso 12 enne: suonare e cantare Paradise City nell’auditorium circolare della scuola media Giorgio La Pira di Sarezzo. Sapevo a malapena tre accordi ma il progetto era quello.

Le scuole medie però sono finite troppo presto, il mio piano nazionale del rock me lo sono tenuto dentro e alla fine come dice anche Thom Yorke è inutile farsi grandi progetti nella vita. Ci ho riprovato col calcio ma ho mollato anche quello.

Con Fabio poi ho dato vita ad altri validissimi progetti, ma se mi guardo dentro so che tutto quello che ho fatto e farò nella vita sarà sempre solo un pallido tentativo di arginare questo tremendo fallimento del mai avvenuto concerto di fine medie.

Tutto questo per dire che comunque forse il mio anonimo bisnonno senza volerlo mi ha fatto arrivare un messaggio, quando qualche anno fa mio padre mi ha regalato una fotografia che lo vedeva immortalato insieme ai regaz della banda con cui se la suonava in giro.

Guardalo lì, con un panciotto molto aderente e quell’espressione bonaria, sarebbe stato bello conoscerlo.
La cosa che mi è rimasta è la scritta dietro quella fotografia, riportata da mio padre con la sua bellissima calligrafia, che recita il motto che tali regaz della musica erano soliti ripetersi per non dimenticarselo: “Hünade cörte, biìde lönghe”. (Il significato di questi due pentametri è pressappoco “suonate brevi, bevute lunghe”.)

Forse nasce come incitazione all’alcolismo, ma credo che per parlare di quella che è la mia esperienza in questo strano mondo della musica non ci sia definizione migliore.

E l’ho capito in due o tre momenti chiari, vissuti prima e durante il periodo più sfigato della storia che tuttora stiamo vivendo, in due posti precisi: Circolo Nadir, Padova, e il Friuli Venezia Giulia (visitato quest’estate per la prima volta con due date).

Mille cose bellissime da raccontare, aneddoti molto interessanti, tipo un bagno in un lago privato, ma quelli sono due momenti fondamentali per il me musicista perché lì mi sono accorto e ricordato del perché ancora non ho smesso di fidarmi di questa strada.

Sicuramente sono stati bei concerti, mi sentivo bene e saremo stati anche bravini ma quello che mi ha preso è stato tutto il resto: chi ci ha chiamato e amato.

Mi vergogno a fare questo gioco di parole stupido ma credo abbia un senso: nel nostro incontro, avvenuto perché siamo stati chiamati da qualcuno (e fin qui niente di strano), ho riscoperto varie cose che spesso do per seppellite.

Una tra tutte che a forza di sbatterci la testa qualcosa arriva, e non parlo in termini di “successo”, ma di incontri con realtà che sono nate e vivono proprio perché le muove qualcosa di più del semplice successo e ritorno economico immediato, che infatti poi non ritorna mai.

L’entrata in contatto con qualcuno che ha visto in te qualcosa che vale e si farebbe in quattro per sostenere quel qualcosa, farlo crescere e valorizzarlo. E quando accade lo senti: io lo rivedo nelle loro facce e tutte le volte che ci ho a che fare.

In loro continuamente vedo un fuoco e una freschezza che mi contagia appena ci torno in contatto.
Quell’aria fresca di cui spesso mi dimentico, quando sono preso dalle mie frustrazioni e dalle ansie di progetti che forse mai nemmeno vedranno la luce.

Ecco, ogni volta che rivedo quei volti precisi io son contento, perché mi ricordo perché mi piace fare quello che faccio.

Negli ultimi mesi sono passati anche a trovarci alcune volte e mentre io continuavo a interporre i miei “ma” e i miei “sì però” loro mi asfaltavano con la loro vita, i progetti, le cose da fare, pensare, buttare giù. Quando vedo qualcuno che continua a muoversi e sbattersi per creare qualcosa nel periodo peggiore per farlo, con una probabilità molto alta che ogni progetto vada in fumo davanti all’ennesimo dpcm, io risento quel fascino donchisciottesco che è il modo più pazzo e bello di affrontare la vita.
E mi piace ancora di più suonare e forse proprio lì trovo un senso dietro questa passione altrimenti inutile e dannosa della musica.

Che è bellissimo suonare, ma anche ricordarsi con chi lo stai facendo, perché e anche grazie a chi.

La musica mi ha permesso di vivere dei momenti fondamentali ma soprattutto di incontrare persone con il mio stesso desiderio di fare qualcosa di bello per se stessi, prima che per gli altri, prima del successo, che mettiti il cuore in pace ma non arriverà mai (anche se Novak gasa il contrario). I businessmen mi direbbero che mi sto costruendo il giusto network, e io non so come chiamarlo proprio perché non l’ho cercato, ma al figlio del figlio del figlio che non avrò vorrei lasciare lo stesso messaggio che il bisnonno di cui non ricordo il nome senza volerlo ha lasciato a me sul retro di una vecchia fotografia.

P.S.: per la cronaca poi ho chiesto a mio padre: mio bisnonno si chiamava Amato e ho appena cercato su Youtube che suono fa la tuba. Grande Amato.

P.P.S.: Queste immagini forse spiegano meglio quello che ho cercato di dire. Dietro questo scempio musicale e umano c’è una grande storia.

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