Lei è Virginia Faraci, in arte Barbie Fonica. Milanese doc doc, ha fatto scuole e gavetta tra Torino, Saluzzo e Bologna, poi è tornata a casa a conquistare le regie dei club: Biko, Arci Bellezza, Santeria, Magazzini Generali. Nel frattempo è partita in tour con Pop X, Istituto Italiano di Cumbia, Tre Allegri e Mago del Gelato, fino in Europa. E oggi insegna pure Fonica live all’ITS Sound di CPF Bauer.
🎚🐊🎛🐊🎧🐊🔌🐊🎤🐊💗🐊🔊🐊🎸🐊🧰
Con Com’è fatto chiediamo a chi lavora nella musica come ci è arrivato, perché nessun corso e nessun manuale te lo spiega. Stavolta Virginia ci porta dietro al mixer: cosa succede davvero tra il microfono e le casse (spoiler: non è magia), e cosa vuol dire essere una ragazza in un mestiere ancora stereotipicamente maschile, tra la fiducia delle band e tanto, taanto mansplaining.
Di Virginia Faraci
Dichiararsi una Barbie Fonica può sembrare un gesto frivolo ma è anche un atto politico. Si tratta di scegliere la gentilezza e l’empatia in un mondo dove i grugniti sembrano poter costituire un intero vocabolario e dove il nero sembra essere l’unico colore ammissibile.
Lavorare in mezzo ad uomini alfa tutta barba e pantaloni calanti (con il famoso “salvadanaio posteriore” a vista) è difficile già se non ci si sente di dover affermare la propria rudezza e mascolinità in ogni istante, prima ancora di aprire bocca. Figuriamoci quando quell’estetica proprio non si sposa con la tua, che vorresti solo indossare la tua tutina di Barbie e spesso scegli di presentarti in regia sembrando un confetto.


Ma cosa fa una Barbie Fonica? È semplicemente una ragazza che ha scelto un mestiere stereotipicamente associato a una figura maschile perché ha deciso che questa distinzione le sta stretta.
Perché le Barbie sugli scaffali hanno scelto di fare la dottoressa, la maestra, tuttalpiù di guidare una macchina, ma non sono le uniche strade che una bambina che ama il rosa e Winnie Pooh può percorrere.
E questo mestiere consiste nell’avere a che fare con microfoni, mixer, impianti e tanti, tanti musicisti.
Facciamo un passo indietro. Facciamo finta che anche se leggete questo magazine e frequentate i concerti siate convinti che non ci sia nessun collegamento tra il microfono della cantante e l’impianto (le casse appese a lato del palco) da cui la sentite cantare. Semplicemente quel cavo del microfono viene piantato nel muro e magicamente il suono pulito e perfetto viene trasmesso dalle casse. Figuriamoci con i microfoni wireless. Magia pura.
Sorprendentemente non funziona così! Ci sono tantissimi fattori che trasmettono, modificano, amplificano il suono di una voce, di una chitarra (e no, non si tratta solo degli amplificatori che vedete sul palco), di una tastiera. In mezzo a questi fattori anche le mie orecchie e il mio gusto (anche il mio cervello immagino) hanno un ruolo non secondario.
E dalla scelta del microfono al suo posizionamento, dall’elaborazione elettroacustica del suono all’amplificazione vera e propria, da operazioni correttive a miglioramenti dal punto di vista artistico, passando da cavi, circuiti, mixer, trasporti di segnale anche lunghissimi (ci sarà pure un modo per cui i suoni dal palco raggiungono la regia a decine di metri di distanza? Di nuovo la magia?) il pezzo che la tua band preferita sta suonando live ti esplode in faccia e ti fa tremare la pancia attraverso l’impianto del festival.

Oltre allo pseudonimo ho anche un nome normale. Virginia Faraci, milanese doc doc, sono cresciuta qui a Milano e poi ho vissuto in altre città per costruire il mio percorso di formazione, dove ho alternato gavetta e scuole.
La prima scuola è stata qui a Milano, l’EMIT Feltrinelli, dove ho imparato le basi di acustica ed elettrotecnica, messo mano al primo mixer, imparato a registrare.
A Torino la prima gavetta nello storico sPAZIO211 dove accoglievo le band (Joan As A Police Woman, SUUNS, Shellac…) e preparavo il palco: maneggiavo i microfoni e tutta l’attrezzatura del locale, mi occupavo dello stage plan (la disposizione dei musicisti sul palco) e dei cablaggi.
C’erano anche diverse sale prove e soprattutto uno studio di registrazione a cui avevo libero accesso, in cui iniziavo a prendere confidenza con il mestiere, ascoltavo musica e incontravo amici musicisti.

Poi di nuovo formazione: la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale APM di Saluzzo. Un posto magico e pieno di arte, un ex monastero adibito a scuola di musica dove aspiranti fonici, produttori, sound designers vivevano e condividevano sogni e idee.
A Bologna c’è stata la lunga parentesi in studio di registrazione durante lo stage presso Freak ‘n’ Chic e Garrincha Dischi al Donkey Studio. Lì si registrava e si produceva, si editava e mixava, ogni giorno lavoravo con i musicisti e i loro progetti, realizzavamo i dischi per l’etichetta, imparando a mixare e ad usare softare e outboard (tuttala roba che si vede nei documentari negli studi di registrazione).
Un po’ di nomi: Immanuel Casto, The Bluebeaters, Gregorio Sanchez, Savana Funk, Lo Stato Sociale.

A Milano inizia il mio percorso alla conquista delle regie dei club Milanesi. Prima il Biko dove, oltre a mixare i vari live (Kassa Overall, C+C=Maxigross, Rosa Brunello e molti altri) prendo parte ai collettivi Mo’ Jam e 19’40”: realtà importantissime per la vita culturale e musicale milanese, insieme all’imperdibile Chullu Agency, che presenta concerti, progetti ed artisti da tutto il mondo, e al collettivo di divulgazione musicale Classical Hooligans.
Al Biko si sono poi aggiunti Arci Bellezza, Santeria e infine anche i Magazzini Generali.
Adesso insegno Fonica live nel corso ITS Sound alla scuola CPF Bauer. Ai periodi più stanziali nei locali della mia città si sono presto aggiunti i tour: da Pop X all’Istituto Italiano di Cumbia, dai Tre Allegri Ragazzi Morti al Mago del Gelato. Non sempre in regia FOH (quindi a gestire i suoni provenienti dall’impianto): ho sperimentato la regia di palco (quella che gestisce gli ascolti dei musicisti) e il ruolo di backliner (più legato agli strumenti musicali e al setup del palco).
Negli ultimi due anni con il Mago del Gelato sono stata in regie in tutta Italia fino ad arrivare al tour europeo. Sempre rimanendo fedele alla mia attitudine da Barbie Fonica, godendo della fiducia della band ma della sfiducia dei tecnici residenti.
Dai miei colleghi infatti non sono quasi mai mancati tentativi di sminuimento, sguardi interrogativi e domande sul mio percorso. E tanto, taanto MANSPLAINING. Come se a un fonico uomo fosse mai stato chiesto il curriculum per poter accedere al mixer e fare il suo lavoro.
Sempre siano lodati i miei colleghi a cui invece non ho mai dovuto dimostrare di potermi guadagnare il mio posto in regia, con cui chiacchierate, sfoghi e momenti NERD non sono mai mancati.

Fortunatamente sui palchi ci sono le Barbie Backliner e le Barbie Light designers. Ma la strada per trovare più foniche in regia è ancora lunga: cerco di ispirare le mie studentesse, ogni ragazza o bambina che incontro durante un soundcheck o un concerto, di coinvolgerle in questo mondo pieno di musica e arte.
Oggi organizzo il mio calendario in base ai turni nei vari locali, alle date in tour (e relativi viaggi) e a varie proposte e richieste che mi arrivano ogni mese. La vita a Milano offre infatti un sacco di possibilità di lavori sempre diversi e di conoscere sempre nuovi artisti e realtà con cui collaborare.



