COM’È FATTO: NICOLÒ BASSETTO AKA BAX BUNNI

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Di Nicolò Bassetto

Ecco a voi Nicolò Bassetto, in arte Bax Bunni, a raccontarci come ha costruito il suo percorso: un’immagine alla volta.
Non aveva un piano preciso per diventare regista, e, col senno di poi, forse è proprio questo che ha funzionato.
Son bastati una VHS, la fiducia degli amici e la voglia di tentare, per passare dalla pianura padana a Milano, dai primi esperimenti a set sempre più complessi.

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Come si fa a lavorare nella musica? Cosa fa un tecnico del suono? Dove si studia per diventare videomaker? Ecco il primo corso targato Sottoterra per chi sogna di lavorare nella mus… Se ci avete preso sul serio fin qui, siete cotti col cervello.

La verità (sorpresona!) è che non esiste corso, manuale né percorso prestabilito per entrare nella scena. Ogni professione, ogni artista e ogni carriera ha una storia diversa.

Per questo nasce Com’è fatto: per capire come si arriva dall’altra parte, attraverso le parole di chi nella musica ci lavora davvero. Da dove è partito? Cosa ha studiato? Cosa si è inventato? In breve: come cazzo ha fatto?

Non vengo dal cinema, e questa è una cosa che mi porto dietro ancora oggi.
Non tanto come limite, ma come punto di partenza diverso.
Quando non hai una formazione cinematografica, non hai neanche un’idea precisa di cosa significhi davvero fare il regista. 
Non hai un percorso già tracciato, non sai quali siano i passaggi “giusti”. Ti muovi un po’ per tentativi, seguendo quello che ti sembra interessante in quel momento.

Il mio percorso inizia nella pianura padana, in un contesto che offriva poco, soprattutto a livello creativo. Più che altro c’era molto tempo vuoto, e la sensazione di doverlo riempire in qualche modo.
A circa 14 anni incontro un amico con cui iniziamo a uscire spesso, andavamo in skate, passavamo intere giornate fuori. Da lì, quasi senza accorgercene, iniziamo ad avvicinarci a un certo tipo di immaginario: grafica, fotografia, piccoli esperimenti visivi.
A un certo punto decidiamo di creare un brand di abbigliamento. Era tutto molto spontaneo, anche ingenuo. Disegnavamo grafiche, pensavamo a come presentarle, facevamo foto, qualche video. Non c’era un obiettivo preciso, era più un modo per costruire qualcosa che non esisteva nel nostro contesto.
Guardandolo oggi, più che un progetto era una forma di esplorazione. Un modo per capire cosa ci interessava davvero.

In quel periodo entra nella mia vita una videocamera VHS.
Non c’è stata una scelta ragionata dietro, semplicemente mi attirava. Aveva una fisicità diversa rispetto a quello che si vedeva in giro, e soprattutto era accessibile.
Inizio a usarla per riprendere quello che avevo intorno: amici, skate, feste. Situazioni quotidiane, senza una vera intenzione narrativa.
Col tempo mi rendo conto che quelle immagini funzionavano in un modo particolare. Non erano pulite, non erano perfette, ma avevano una qualità che le rendeva vive. E in quel momento il VHS non era ancora tornato di moda, quindi risultava anche abbastanza inaspettato.
Senza pensarci troppo, inizio a pubblicare questi video. Pian piano qualcuno li nota, iniziano ad arrivare le prime richieste.

All’inizio accettavo tutto. Non c’era una selezione, non c’era una strategia. Era più che altro un modo per continuare a fare, per avere occasioni di sperimentare. E il fatto di essere pagato, anche poco, dava una forma a quello che stavo facendo.
Quella fase è stata importante proprio per questo: lavorare con pochissimi mezzi ti costringe a trovare soluzioni. Non puoi appoggiarti alla produzione, devi inventarti tutto.
Col tempo ho capito che quella era una palestra fondamentale.
Ti abitua a fare, senza aspettare le condizioni perfette.

A un certo punto però ho iniziato a sentire il bisogno di cambiare linguaggio.
Il VHS mi aveva dato molto, ma iniziavo a percepirlo come un limite, più che una possibilità. Non tanto per una questione tecnica, quanto per il tipo di immagini che volevo costruire.
Ho iniziato quindi a investire nei mezzi, comprando attrezzatura un po’ più strutturata, cercando di avvicinarmi a un linguaggio più cinematografico.
In parallelo sono arrivati i primi videoclip con artisti locali, spesso amici o realtà vicine al mio ambiente. 

Uno dei primi progetti in cui ho sentito di poter fare un passo avanti è stato con i Magenta Flora. Con loro si è creata una collaborazione molto naturale, e per la prima volta ho avuto la sensazione di poter costruire un immaginario più coerente.
Non si trattava più solo di fare immagini, ma di creare un mondo visivo che avesse una sua identità.

Questa cosa mi ha fatto capire quanto fosse importante il rapporto con l’artista.
Nel videoclip, il regista non lavora mai da solo. Il risultato dipende molto anche dalla musica, dall’apertura che c’è dall’altra parte, dalla possibilità di costruire qualcosa insieme.
E non è una cosa scontata.
Spesso la musica lascia poco spazio, oppure ha già un’identità molto definita che rende più difficile intervenire in modo personale.
Quando invece trovi un progetto che ti permette di lavorare in profondità, tutto cambia.

Parallelamente ho portato avanti il percorso universitario, laureandomi in grafica e comunicazione.
Anche se non è direttamente legato al cinema, è stato molto importante per il mio modo di lavorare. La grafica ti abitua a ragionare per sintesi, a togliere il superfluo, a costruire immagini che abbiano un senso preciso. È un approccio che poi ho portato anche nel video.
Oggi è relativamente facile creare immagini esteticamente piacevoli. La differenza, secondo me, sta nel riuscire a dare a quelle immagini un significato che rimanga.

Un momento importante, anche se meno visibile dall’esterno, è stato durante la pandemia.
È stato il primo periodo in cui ho iniziato a guardare cinema in modo più sistematico. Non tanto per recuperare cultura, quanto per capire cosa mi colpiva davvero.
Guardavo molti film, spesso anche in modo disordinato, ma con una certa ossessione nel cercare di capire perché alcune immagini restano e altre no.
In quel periodo mi sono avvicinato a registi come Leos Carax, Sion Sono, Harmony Korine, Michel Gondry.
Non tanto per replicarne lo stile, quanto per il modo in cui costruiscono le immagini. C’è sempre una componente molto libera, a volte anche caotica, ma che allo stesso tempo sembra avere una sua necessità interna. Non tutto è spiegato, e proprio per questo funziona.
Quella fase mi ha aiutato a mettere a fuoco una direzione: cercare di lavorare su immagini che non fossero solo descrittive, ma che lasciassero spazio a più livelli di lettura.

Dopo la laurea ho lavorato per circa otto mesi con il fotografo e regista Lorenzo Marzi.
È stata una collaborazione nata in modo abbastanza casuale: lui si era infortunato poco prima e non poteva occuparsi dei video, quindi ho iniziato ad affiancarlo in quella parte.
È stato un periodo utile per entrare in contatto con un altro tipo di produzione, più strutturata. Ho visto set diversi, dinamiche diverse, un modo di lavorare più organizzato rispetto a quello a cui ero abituato.
Sono esperienze che ti aiutano a capire meglio come funziona questo ambiente, anche al di là dell’aspetto creativo.

Dopo quell’esperienza ho iniziato a lavorare in autonomia.
Milano è entrata nel mio percorso in modo progressivo. I primi lavori arrivavano da lì, quindi ho iniziato a spostarmi sempre più spesso, fino a quando è diventato naturale trasferirmi. Il cambiamento è stato netto.
Milano è un contesto che accelera molto le cose. Ci sono più opportunità, ma anche più competizione e una richiesta costante di risultati.
È un ambiente che ti mette alla prova, soprattutto all’inizio.

Uno dei primi momenti importanti è stato il primo videoclip legato a Sanremo.
Non tanto per la visibilità, quanto per quello che ha generato dopo. È lì che ho iniziato a collaborare con Borotalco.tv, una produzione con cui nel tempo si è creata una buona intesa.
Non è stato qualcosa di immediato, ma un rapporto costruito progetto dopo progetto.

Da quel momento in poi sono arrivate collaborazioni con artisti sempre più conosciuti: Elisa, Annalisa, Emma, Tananai, Willie Peyote, Santi Francesi.
Lavorare con artisti di questo tipo cambia le dinamiche. Ci sono più persone coinvolte, più aspettative, più vincoli. E questo significa che non hai mai totale libertà.
Il lavoro del regista, in questi contesti, è trovare uno spazio dentro a un sistema complesso. Cercare di portare il proprio punto di vista senza perdere completamente il controllo del progetto.
È un equilibrio che si costruisce nel tempo.

Tra tutte le collaborazioni, quella con Lamante è stata particolarmente significativa.
È iniziata circa tre anni fa e si è sviluppata in modo naturale. Con lei si è creato uno spazio di lavoro diverso, più aperto alla sperimentazione. Abbiamo costruito insieme una serie di progetti in cui c’era la possibilità di spingere di più sul piano visivo e narrativo.
“Non chiamarmi bella” è probabilmente il punto più alto di questo percorso.
È un video realizzato con pochissime risorse, grazie al contributo di un gruppo di persone che ha creduto nel progetto. Non c’erano grandi mezzi, ma c’era un’idea chiara e condivisa.

I riconoscimenti sono arrivati dopo — i Videoclip Italia Awards, il PIVI — sono stati importanti, ma più come conferma che come obiettivo. Non erano qualcosa che stavamo cercando.
E credo sia importante mantenere questa distanza, perché altrimenti si rischia di orientare il proprio lavoro in funzione del risultato, invece che del processo.

Nel tempo ho lavorato anche nella moda e nella pubblicità, con brand come Off-White x AC Milan, Hoka, Under Armour, Setchu.
Sono contesti diversi, ma con dinamiche simili.
Anche lì il punto è capire come inserire un’idea all’interno di un sistema che ha già delle regole molto precise.
Non sempre è possibile fare quello che si vuole, ma c’è quasi sempre uno spazio in cui intervenire.

Se guardo indietro, la cosa più evidente è che non c’è mai stato un piano preciso. Non ho mai deciso in modo netto di diventare regista, né ho seguito un percorso strutturato per arrivarci. 
È stato più un processo graduale, fatto di tentativi, errori, aggiustamenti. 
Ho seguito quello che mi sembrava giusto fare nei vari momenti, senza avere un’idea troppo rigida del risultato finale.

Questo non significa che non ci sia stata una direzione.
Col tempo ho cercato di mantenere una coerenza, soprattutto a livello di gusto e di immaginario. Di costruire un linguaggio che, anche nei contesti più diversi, mantenesse alcuni elementi riconoscibili.
Non è sempre possibile farlo, perché ogni progetto ha i suoi limiti, ma è una linea che cerco di tenere.

Per chi vuole intraprendere un percorso simile, credo che uno degli aspetti più importanti sia proprio questo: trovare un contesto in cui sia possibile esprimersi davvero.
Non necessariamente all’inizio, ma prima o poi. Può essere un artista, un progetto, un gruppo di lavoro.
Qualcosa che permetta di fare un passo oltre il semplice “fare bene”.

Un altro aspetto fondamentale è costruire un team. Questo lavoro, anche se spesso viene percepito come individuale, è profondamente collettivo. Avere persone fidate, con cui condividere un metodo e un linguaggio, fa una differenza enorme.

Infine, credo sia importante rimanere aperti. Non solo al cinema, ma a tutto quello che può influenzare il proprio modo di vedere le cose. Musica, arte, esperienze quotidiane.
A volte le idee più interessanti arrivano proprio da ambiti lontani da quello in cui si sta lavorando.

Oggi continuo a muovermi in questa direzione, cercando di mantenere una certa coerenza, ma senza irrigidirmi troppo.
Sto lavorando al mio primo cortometraggio, che rappresenta un passaggio diverso, soprattutto in termini di tempo e costruzione narrativa. È un territorio nuovo, che richiede un altro tipo di approccio.

Più che un punto di arrivo, lo vedo come una naturale evoluzione. Un modo per continuare a esplorare.