Aiuto.
Sto a Milano.
Vivo a Milano. Da tanto. Da troppo.
Me ne ero andato. Ci sono tornato, però; e ora ci vivo.
Ancora.
…ma andiamo con ordine.
Sono freelance (…”libero professionista” suona meglio? Non so, mi sembra di essere un geometra così, anche se “freelance” fa ragazzino e io ragazzino col cazzo che lo sono, sono nato nel 1974); Ed essendo freelance, o libero professionista, o quella roba lì comunque in cui ogni anno ti inventi una architettura di collaborazione per sfangarla ad ogni fine mese, ecco, essendo tutto questo ed occupandomi in primis di musica, stare a Milano per me ha molto senso. Per assolvere me stesso ogni tanto mi dico: è obbligatorio, stare a Milano.
Non è vero.
Non è assolutamente obbligatorio.
Le idee migliori le ho viste nascere negli anni a Vercelli, Foligno, Padova, Civitanova Marche, Castelbuono, e potrei continuare con l’elenco; sì, badate bene, ne ho viste parecchie pure a Torino (soprattutto), Bologna, Roma, Napoli, qualcosina a Firenze, penso ce ne saranno un po’ a Genova, quindi non è che abbia preclusioni verso le grandi città, ma in tutto questo giro d’Italia Milano non c’è. Milano non c’è, ma io ci sto. Ci vivo. E come me, altri lo fanno. E negli ultimi anni, si sentono ancora di più obbligati a farlo, come mi sento io.
Dove sta la trappola?
Sta lì dove pensavamo sempre che fosse.
Allora, full disclosure: essendo nato come già detto nel 1974 ed addirittura provincia, la mia Bildung culturale e la mia Weltanschauung più intima e profonda, oltre a farmi fingere di sapere di tedesco e di filosofia, mi hanno sempre portato a credere ad una cosa invero romantica: che la vera ricchezza stesse nell’underground, nell’alternativo, in ciò che è in grado di essere indipendente dalle grandi forze e dai grandi capitali e dalle grandi major. Questo perché? Perché era più vivo, più dinamico, più autentico, più romanticamente disinteressato; più puro, meno immerso nel (grande) mercato corrotto e stantio e dinosaurico, meno commercializzato.
Ci credevamo fighi noi, alternativi di provincia che legavamo la nostra vita, la nostra identità e le nostre emozioni alla musica. Ci credevamo tanto fighi.
E ad un certo punto lo eravamo: con malcelata soddisfazione, vedevamo le grandi etichette discografiche affondare come il Titanic, lentamente ma inesorabilmente, bilancio in rosso dopo bilancio in rosso, calo di fatturato dopo calo di fatturato; peccato per i licenziamenti in esse, le tante persone senza più stipendio, ma ehi, in fondo era pur sempre gente che lavorava per una major. Per il NEMICO. “Danni collaterali”, ci dicevamo con un sorriso tirato, un po’ dispiaciuti (e un po’ convinti di esserci così assolti per il nostro malanimo menagramo).
Lì sono successe due cose. Anzi: tre.
La prima: dopo aver tentato in tutti i modi di mantenere gli agi e i lussi degli anni ’60, ’70 e ’80 chiamando a fine anni ‘90 dei tagliatori di teste e uomini di numeri provenienti da altri settori che promettevano di mantenere inalterati i guadagni e i bonus, cosa che però non succedeva, prese dalla disperazione le major si sono dette “Vabbé, a ‘sto punto perso per perso proviamo a dare un po’ di potere internamente anche ai più giovani che alla musica, poveretti, ingenui, ci credono ancora e ne sono appassionati ancora. Tanto ormai tutto è perduto”.
La seconda: mentre succedeva ciò, si iniziava – anche qui, penso più per disperazione che per scelta – a smettere di combattere la musica liquida, lasciando che il modello Spotify crescesse, che Apple Music vendesse i brani a novantanove centesimi, tutto col piglio “Boh, ormai cosa abbiamo da perdere”. Lì si è scoperta una cosa: la retromania. I nostri tempi moderni, nel frattempo sono patologicamente diventati malati di retromania (cosa inimmaginabile, negli anni ’80 e ’70, per la cultura pop, per la musica “giovane”); e questo significa che improvvisamente vecchi brani e vecchi dischi in catalogo – distribuiti da questa roba nichilista ed incomprensibile del “liquidissimo” formato digitale – diventavano una miniera d’oro, una nuova, improvvisa, imprevedibile, imprevista fonte di enorme guadagno.
E qui arriva la terza cosa. L’idiozia di noi, noi alternativi: convinti del fatto che la battaglia fosse solo ed unicamente stroncare i fatturati delle major, ed inteneriti dal fatto che nel massimo della loro decadenza le suddette avevano (ri)preso a dare un po’ di potere e credibilità a gente sveglia ed appassionata come noi, abbiamo preso molto sottogamba ciò che avrebbe finito coll’ammazzarci: la musica gratis. O, comunque, sottopagata.
Noialtri alternativi siamo stati i primi aedi di Soulseek, del trafugare a costo zero intere discografie. Pensavamo di, ehm, “fottere il sistema”, “sgambettare il capitale”.
Che idioti. Con ottime intenzioni, con le giuste intenzioni; ma – idioti.
Cosa c’entra tutto questo con Milano?
Oh. C’entra.
Tantissimo.
Le major hanno ripreso a macinare soldi. Le cose per loro hanno ripreso ad andare bene. E qualcuno che avrebbe benissimo potuto essere dei nostri, che era stato da loro inglobato negli organici come si diceva per disperazione, ci mostrava che era possibile tornare a guadagnare con la musica.
Guadagnare bene. Guadagnare tanto.
Anche i concerti, avevano ripreso ad andare bene. A furia di ripetere che “You can’t download the live experience” (slogan di grandi e piccini, di major ed alternativi, una volta capito che inculata era lo sdoganare la musica liquida a gratis…), erano stati convinti anche i mediomen e le mediowomen che andare ad un concerto facesse figo. Ma mediomen e mediowomen giustamente non vanno nelle nicchie, non scavano lì, non spendono lì: vanno ai grandi eventi pop. Sommersi e salvati: chi era visto come (potenzialmente) pop e “in crescita”, ha visto esplodere il proprio fatturato, chi non lo era oggi fa moooolta più fatica di prima. Ad ogni modo: i concerti di realtà straniere pop, o che comunque “vanno bene”, di solito dedicano all’Italia una unica data nei tour europei (il mercato italiano non merita di più), e per mille motivi quella data nel 98% dei casi è a Milano.
Ora, per favore, fate due più due.
Noi alternativi, siamo poveri (ci siamo sparati sui piedi, pensando di combattere le major ed il capitalismo, con la musica gratis su Soulseek). A Milano, invece, con la musica, hanno ripreso a fare soldi: sia con la discografia (col catalogo), che con la musica live (coi grandi concerti).
Soldi attirano soldi, e nel momento in cui l’ecosistema musica rialza la testa e si ringalluzzisce, perché ehi le cose hanno ripreso a funzionare!, i brand – che si muovono negli investimenti di marketing sempre a gregge, come le pecore – decidono che la musica è LA cosa su cui puntare. Altri soldi arrivano. Tanti. (è come quando sei single: non ti si incula nessuno/a; quando invece ti fidanzi e sei felice e non avresti più bisogno di niente, ti cercano tutti/e). E poi dai, non tutti quelli delle major sono stronzi, questo ama i Pavement anche se finanzia i trapper, questo impazzisce per i Sonic Youth anche se fa circolare il reggaeton più orrido… In fondo, dai, il compromesso è parte della vita. No?
Forse lo è.
Ma terrorizzati dall’essersi sparati così sui piedi ad inizio 2000, gli alternativi/indipendenti di ogni età e grado, vecchi nuovi giovani vecchi, dagli anni ’10 hanno iniziato a portare rispetto per l’aura “vincente” dell’ecosistema musica a Milano.
Se pure loro accettano Milano, accettano le major, accettano gli 883, accettano le cifre e cifrone gonfiate, accettano le sale riunioni spropositate dove firmare contratti a cinque o sei zeri, non ce n’è più per nessuno.
Milano ti può fare schifo (costosa come la morte, la gente è mediamente poco simpatica, se la crede un sacco, ha un’autoironia pari a zero, sono tutti ossessionati dal “lavoro”, anche e soprattutto quando sono fuori dagli orari lavorativi), ma accidenti è il posto dove i soldi si fanno, o dove comunque le cose succedono, le energie si muovono.
Una profezia che si autoavvera. E che, da un decennio, si autoalimenta.
Io da freelance che, in attesa di vincere alla Lotteria Italia, deve lottare per inventarsi cose e trovare committenti pur di arrivare a fine mese, ho più probabilità di farcela stando a Milano.
Quindi, sto a Milano.
Ma so che non sto facendo bene. So che non mi sta facendo bene.
E ciò che mi salva e mi rende ancora senziente, è saper guardare fuori da Milano. Girare, viaggiare, conoscere tutto ciò che non è a Milano.
Aiuto.