Una factory chiamata Magazzeno

Ogni cellula impazzita ha bisogno di un covo per operare e i Mariposa avevano il Magazzeno. Gianluca Giusti racconta la storia della sua band: quello che volevano fare era sovvertire alcune regole, sperimentare, giocare con la musica e le musiche.

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di Gianluca Giusti (di Panico Concerti, tastierista dei Mariposa e co-fondatore di Trovarobato)

Ogni cellula impazzita ha bisogno di un covo per operare.

Noi avevamo il Magazzeno.

In una microscopica stecca artigiana a Porta Mascarella prendemmo un piccolo laboratorio in affitto come sala prove dei Mariposa nel 2004, mese di marzo. Le attività dei nostri quattro vicini andavano dalla non meglio identificata Beta SRL (non abbiamo mai capito cosa facesse ma aveva un enorme SUV e un tristissimo magazzeno) all’atelier di un pittore americano sociopatico o al mercatino dell’usato che apriva e chiudeva di continuo. Dulcis in fundo, accanto a noi, c’era la distribuzione di DVD pornografici di Franco e sua moglie Marina, per la quale alcuni di noi hanno anche lavorato in qualità di grafici e commerciale (chiusa parentesi bukowskiana, che riapriremo, però).

Nella scala sociale non eravamo nemmeno l’attività più losca. A suo modo, un primato.

I Mariposa erano la cellula. Tutti noi volevamo vivere di musica, di quella musica, molti di noi alla fine vivono di musica, ma non di quella. 

Quello che però ci interessava di più fare, con il carico di naiveté che ci contraddistingueva -e che forse non ci ha mai abbandonato- era sovvertire alcune regole, sperimentare, giocare con la musica e le musiche.

Il Magazzeno tirò fuori da alcuni di noi (non in chi scrive, ahimè) dei discreti carpentieri. Ci cimentammo con insonorizzazioni e con il cartongesso e dividemmo quei 45 metri quadri a nostra disposizione in due. Metà sala prove, metà ufficio.

Nella metà dedita al suono nacquero molti brani dei Mariposa di quel periodo, avvennero infinite prove e iniziammo ad aprire lo spazio alle nostre collaborazioni. Ospitammo le prove di Marco Parente (con il quale alcuni di noi iniziarono a suonare), registrammo gli Addamanera, il primo disco di Alessio Lega, che a lui valse una Targa Tenco per la miglior opera prima, e valse a tutti noi un soggiorno di qualche giorno a Sanremo: ci fece impressione suonare per la prima volta al Teatro Ariston.

Nella metà dedita all’ufficio invece avevamo i computer, l’immancabile e costosissima connessione Fastweb e una fotocopiatrice giunta lì non so bene come. Da quei tavoli partivano le mail per inseguire quanti più possibili promoter, giornalisti, amici.

Quella stanza era il cuore dell’autoproduzione e dell’autopromozione, per non parlar della foresteria.

Probabilmente per necessità o proprio perchè era evidentemente pazza già allora, la cellula era autarchica.

E l’altro nome della cellula era Trovarobato.

Autarchici sì, ma non isolati. Giravamo comunque tutta la penisola suonando, non sempre riempiendo i locali, ma erano anni meno spietati di questi e ci si permetteva qualche lusso in più. Il “successo” non era misurabile in numero di stream e chiamare questo o quel gruppo poteva ancora essere lo sfizio di un gestore di un locale.

Non consapevoli delle implicazioni andammo anche a un MEI di Faenza con la fotocopiatrice di cui sopra e un masterizzatore. Nel nostro stand, giusto accanto a quello della SIAE, masterizzavamo il nostro intero catalogo per tutti quelli che lo desideravano, gratuitamente e sul momento, e fotocopiavamo la copertina.

Stavamo aderendo in maniera non fideistica al copyleft.

L’altra nostra grande passione era la radio. Avevamo iniziato qualche anno prima a trasmettere un programma intitolato (guarda un po’) Trovarobato sulle frequenze di Radio K Centrale a Bologna. L’emittente era nella sua fase terminale e ben presto ci lasciarono le chiavi, che erano le chiavi del Link di Via Fioravanti (dove adesso sorge il Nuovo Comune di Bologna), per andare a trasmettere una volta alla settimana. Facevamo delle selezioni di musica che ci piaceva, selezioni dai titoli improbabili come “Il Metal in senso lato”. Tutta la trasmissione girava attorno a un plot patafisico: spiegare la storia della musica moderna a tale Bartolomeo Tromboncino (un madrigalista veneto realmente esistito), ovvero gli effetti sulla storia della musica della scoperta dell’America. Ci piaceva, ma probabilmente quasi nessuno ascoltò quello che dicevamo. L’antenna era staccata e nessuno ci aveva detto niente.

Un giorno Franco e sua moglie abbassarono la serranda del loro deposito di DVD porno. Salirono sulla Dune-Buggy con un cobra disegnato sopra e non tornarono più.

Il loro magazzino era esattamente confinante con il nostro e quando si liberò, qualche mese più tardi fu deciso l’ampliamento. Prendemmo in affitto anche quello.

Il Magazzeno non era più uno solo, c’era un nuovo Magazzeno, il Magazzeno Bis.

E vai di nuova e sempre più fine carpenteria. Quando i lavori terminarono l’unità immobiliare era tripartita e bitematica: una regia audio, una sala di ripresa grande e confortevole, e la solita stanza della fotocopiatrice.

Magazzeno Bis, il talk show concerto. L’idea sorse durante la fabbricazione. Realizzare all’interno del nuovo spazio un programma radiofonico, invitando una band alla volta, registrando il live in alta qualità, e imbastendo un talk-show concerto con incursioni di personaggi, disturbi e anarchie sonore à la Arbore anni ‘70. Un concentrato di quello che ci piaceva. Il tutto alla presenza di un pubblico su invito, negli anni in cui i concerti si stavano spostando piano piano anche verso il formato dell’house concert.

Fu così che a settembre 2005 inizio l’epopea (per noialtri) di Magazzeno Bis (prendendo il nome dallo spazio in cui si registrava), con la prima puntata che vide come ospite proprio il Marco Parente, che in quello spazio aveva in qualche modo una seconda casa.

Dato che non avevamo un’antenna fornivamo il prodotto bello e pronto ad una serie di radio in Italia e all’estero (si andava dalle classicamente indipendenti Radio Città del Capo, Radio Popolare, ecc ecc a quelle più istituzionali come Radio Capodistria). Il tutto gratuitamente, in nome del Network, che avevamo ribattezzato Network Inconsapevole.

Il programma aveva come fonico Max Trisotto (un grande padovano), e una redazione che annoverava tutti i Mariposa con l’aggiunta di Daniele Calandra, Adriano Modica e Mimmo Mellace alle voci dei personaggi immaginari che intervenivano nel corso della trasmissione. Su tutti la conduzione di Michele Orvieti nelle vesti di our own personal Pippo Baudo.

Magazzeno Bis era ambientato su un treno, gli ospiti, la band, lo stesso conduttore erano i passeggeri di un treno (inventammo questa metafora per avere una cornice). Durante le puntate grande spazio avevano i personaggi partoriti dalla fantasia della nullafacenza dell’epoca: il mai dimenticato critico musicale Bruce Degli Esposti, esperto di plagi e meteorismo, il dott. Guglielmotti, un parastatale dedito al controllo delle agibilità ENPALS e Sabino Carrisi, fratello cadetto del più famoso Al Bano, e molti altri, oramai dimenticati anche se indimenticabili.

Da Magazzeno Bis (al Magazzeno prima e dal Locomotiv Club poi, dove ci spostammo per le registrazioni dal 2008) passò tutta la scena musicale italiana dell’epoca: Manuel Agnelli, The Zen Circus, Massimo Volume, Offlaga Disco Pax, Marta Sui Tubi, John De Leo, Steve Piccolo e Gak Sato, le puntate monografiche sulla Bologna Rock o sulla Firenze New Wave o gli speciali dal MiAmi o dal Tenco. La storia di questo programma, oltre a costituire un archivio completo, è anche la storia di uno sforzo titanico, un lavoro impagabile, il risultato tangibile del nostro essere musicisti, o meglio del nostro essere musicofili. L’idea che fare il musicista fosse solo una questione relativa al suonare, al cantare, caricare e scaricare furgoni ci stava stretta. La nostra dimensione autarchica (se vogliamo essere malevoli potremmo dire autoreferenziale) ci portava ad avere una grande passione per il parlar di musica, oltre che per la musica stessa.

Nel 2004, più o meno in coincidenza del nostro trasloco e della fondazione del nostro covo-sezione-di-partito-circolino, fummo presi da una grande crisi di identità. Volevamo poter rispondere alla domanda “che musica fate, che genere fate?” senza usare tanti giri di parole.

Coniammo un termine per autodefinirci e nacque il termine “musica componibile”.

Era un tentativo per sintetizzare il vecchio adagio delle “diverse influenze” e rendere sexy il discorso dell’ecletticità, del multigenere, e scansare l’accusa di essere un gruppo di rock progressivo sotto mentite spoglie (nonostante continuassimo a vincere un premio allora in voga dedicato al mai dimenticato Demetrio Stratos).

Non contenti, per tutto l’anno 2004 andammo in giro armati di minidisc e di una lista di domande realizzando interviste a ogni tipo di persona ci capitasse di incontrare: musicisti famosi e non, giornalisti, amici, fan, parentado. Tra le domande ce ne erano di ricorrenti, si chiedeva un parere sul termine “musica componibile”, si parlava di punk, di rock progressivo, dell’umorismo in musica.

Raccogliemmo oltre un centinaio di interviste, con le voci di Morgan, Samuele Bersani, Manuel Agnelli, Gino Castaldo, Riccardo Bertoncelli, Enrico De Angelis, ma anche perfetti sconosciuti. Ci venne in mente di mettere tutte queste voci all’interno di un doppio album, “Proffiti Now! Prima Conferenza Sulla Musica Componibile”, dopo averle tagliuzzate, sezionate, ridotte in poltiglia. Le voci, una sovrapposta all’altra, si rispondono e si accavallano all’interno di brani chiamati “Conferenza #”. I personaggi, tutti caduti nella nostra rete, si parlano addosso, il disco con “La Scena Dentro” – come recitava un claim dell’epoca –  diviene una gigantesca premonizione del parlarsi addosso sui social network.

Pròffiti è un po’ la nostra Somma Teologica, un album in cui abbiamo tentato di sovrapporre tutti i livelli di senso di cui eravamo capaci, a livello musicale e a livello concettuale. Un’opera-mondo del nostro piccolo mondo di allora, digressiva, aperta, polisemica. Mentre lavoravamo a Magazzeno Bis ci prendemmo una pausa dalla band. Tra il 2006 e il 2009 non ci furono nuovi dischi (a parte la raccolta di cover “Best Company”), ma incrementammo le produzioni (arrivarono MusicaPerBambini con Dio Contro Diavolo, Indossai di Alessandro Grazian, Epyks degli Eterea) e lavorammo alla creazione di un’isola felice all’interno del MEI di Faenza: nacque Indipendulo.

Indipendulo era una enorme maratona di gruppi (una ventina in due giorni) con concerti-showcase da 30 minuti (in barba alla regola MEI degli showcase da 15 minuti), nella quale selezionavamo i fenomeni emergenti della scena e cercavamo sempre di restituire una fotografia variegata delle musiche e delle autoproduzioni o microproduzioni che ci erano amiche e sorelle. Fu una rassegna portafortuna. Sul palco di Indipendulo sono transitati quasi tutti quelli che sarebbero diventati rilevanti nel corso delle stagioni a seguire: Le Luci della Centrale Elettrica, Dente, Brunori Sas, Calibro 35, Beatrice Antolini, I Camillas, ma anche gemme dimenticate come La Motociclica Tellacci. Sul finire del 2009 lasciammo il Magazzeno (mantenendo lì un piccolo deposito) a una compagnia teatrale che metteva in scena spettacoli ispirati ad Arthur Schopenauer.

Nell’ultimo periodo avevamo iniziato a tenere d’occhio un nostro giovane vecchio amico di Bologna che aveva un myspace molto seguito dove aveva da poco pubblicato una manciata di canzoni che aveva raccolto sotto il titolo di “Primo Pacchetto Tematico Gratuito”, sotto il moniker di IOSONOUNCANE.

Iniziavano gli anni 10.

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