Di Glomarì
Ecco a voi, popolo sotterraneo, con tanto di benedizione, timbro e sigillo, la mirabolante storia di Glomarì e delle immagini che popolano i suoi dischi.
Dove abitano questi personaggi e paesaggi? Nella testa dell’artista, sì, e nel mondo reale da quando ha capito che erano più di semplici vaneggiamenti mentali, ma dispositivi dello sguardo – lenti tramite cui guardare la realtà e vederla più a fondo, o solo in modo diverso.
Queste figure prendono voce nei testi del suo ultimo album, Strumenti dell’indugio: l’autrice ci invita a soffermarci su queste immagini distorsive, ad attraversarle e a farci prendere per mano per esplorare “il Teatro dell’Anima”.
Perché la realtà ha un doppio immaginario, a cui vale la pena di dare cittadinanza e ascolto anche da questa parte del velo.
Con la benedizione del Ministero delle Uova, al cospetto del Monte Ore. Sulla cittadinanza delle immagini
Quando inizio a ragionare sul rapporto che intercorre tra musica ed immagini nella mia poetica, non so mai da dove partire.
Di sicuro posso dire che qualche settimana fa sono andata in un centro incisioni per realizzare il timbro ufficiale del Ministero delle Uova. Un timbro con tanto di stemma e dicitura istituzionale in latino: Ad Maiorem Ovi Gloriam.
Questo atto ha a che fare con la mia musica. Dopotutto, se il Ministero delle Uova esiste nella cosmologia simbolica del mio album “Strumenti dell’indugio” perché mai non dargli una possibilità di cittadinanza nel mondo reale?
Posso anche dire che, un paio di anni fa, supplicai di modificare il mio contratto di lavoro come commessa da full time a part time (per trovare il tempo di ultimare l’album) e mi venne risposto che sarebbe stato impossibile, che il monte ore non sarebbe potuto tornare per nessuna ragione. Eppure io quel giorno lo vidi, in sassi e lancette: il Monte Ore, entrare come un normale cliente.
Decisi di dedicare una canzone a quella strana divinità redentrice materializzata dalla mia immaginazione, di invocarla.
Anche questo ha a che fare con la mia musica. Nel giro di poco tempo, grazie ad una serie sbalorditiva di coincidenze, rinunce e decisioni prese da altre persone, accadde ciò che fino a poco prima sembrava irrealizzabile: il mio contratto venne modificato, ed io tutt’oggi mi sento devota al Monte Ore.
Naturalmente non posso dimostrare che questa divinità abbia avuto un ruolo nella vicenda, ma non posso neppure dimostrare il contrario.
L’unica certezza che ho è che il modo in cui immagini, suono e parola si intrecciano nelle mie canzoni deve moltissimo ai miei studi di architettura.
Cosa ci si può aspettare dalla musica concepita da un architetto? Soprattutto, prima ancora, cosa significa essere architetto?
Per molto tempo ho pensato che avesse a che fare con edifici, materiali, calcoli e cantieri. Poi ho iniziato a intuire che l’architettura fosse innanzitutto un modo di guardare.
Ricordo il momento esatto in cui la mia mente fece il fosbury. Durante una conferenza extra universitaria venne citato il designer Ugo La Pietra e il movimento Situazionista.
Mi commossi quando vidi proiettata la foto di quell’uomo serenamente appoggiato su quel “commutatore”, dispositivo di sua invenzione formato da due assi lignee a inclinazione variabile da cui poter contemplare il paesaggio da angolazioni inedite.
Mi colpì perché quel dispositivo non serviva a costruire nulla. Serviva soltanto a cambiare prospettiva. E ripensandoci oggi, credo che molte delle immagini che abitano le mie canzoni funzionino allo stesso modo, come piccoli commutatori.
Quando poi ebbi modo di scoprire la Patafisica di Alfred Jarry (scienza delle soluzioni immaginarie; metafisica dell’assurdo) e la psicomagia di Alejandro Jodorowsky si chiuse il cerchio (o meglio, ci entrai dentro).
Non trovai delle risposte, trovai delle parentele: tra il Ministero delle Uova e le soluzioni immaginarie di Jarry, tra il Monte Ore e gli atti simbolici di Jodorowsky, tra il commutatore di Ugo La Pietra e le immagini che abitano le mie canzoni, tra la realtà e i suoi doppi immaginari.
Jodorowsky dice che la poesia è l’escremento luminoso di un rospo che ha inghiottito una lucciola.
Allo stesso modo credo che la musica sia l’inciampo di un architetto nella vera natura del concetto di abitare.