SUL BRUTTO (e la sua rilevanza)

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Di Auroro Borealo

Sull’uscio di quello che viene considerato universalmente come uno dei Festival di Sanremo più mesti e sottotono della storia, torna centrale l’eterna questione su che cosa sia bello e che cosa sia brutto.

Il concetto di “brutto” è l’unico argomento dell’intero scibile umano su cui penso di avere una minima forma di autorevolezza in virtù della mia lunga esperienza a riguardo. Sono infatti ritenuto (gli invidiosi diranno “autoproclamato”) il più grande esperto italiano vivente (gli invidiosi diranno “l’unico”) di musica brutta, libri brutti, chitarre brutte e, in generale, cose brutte.

Potrei sciorinarvi un lunghissimo pippone storico sul New Ugly, sul trash di Tommaso Labranca (che gli ABBA lo abbiano in gloria), sul diversamente bello, invece in un impeto di negazionismo bruttopiattista vi stupirò con un’affermazione che chiuderà definitivamente la questione: il brutto non esiste. 

Ora ve lo dimostro.

Partiamo dall’assunto che il brutto e il bello sono soggettivi e che ogni tentativo di postulare parametri estetici universali e validi per l’eternità è un’impresa fallimentare per sua natura, esattamente come cercare di insegnare il concetto di ironia a un esponente di estrema destra.

Prendiamo la Gioconda (e già che ci siamo riportiamola in Italia dando in cambio ai francesi Wlady, quello delle suonerie anni 2000), il capolavoro incontestabile e incontrovertibile di Leonardo Da Vinci. Bella vero? Piace a tutti vero?

Beh, no.

Ho conosciuto persone a cui la Gioconda fa schifo.

Diro di più: ho conosciuto persone a cui la Gioconda fa schifo e che trovano incantevoli i quadri dei pagliacci tristi. Ma non ironicamente come fate voi squattrinati perdigiorno divoratori di meme. No, a loro i quadri dei pagliacci tristi piacciono davvero.

Possiamo incazzarci con loro o possiamo giustificarli in qualsiasi modo, poverini non capiscono, non hanno i mezzi per capire il bello, il contesto sociale in cui sono cresciuti, la famiglia, la scuola, la religione, gli amici, la droga, la non droga, possiamo persino farne una questione genetica, ma la realtà è una sola ed è stata perfettamente inquadrata da Clint Eastwood quando ha detto: “le opinioni sono come le palle: ognuno ha le sue”. Però siccome Clint Eastwood è un vecchio trombone repubblicano quasi sicuramente retrogrado e maschilista, trovo più calzante e soprattutto più etico citare l’immortale motto di mio nonno: “ognuno fa schifo come può”.

Perciò la prossima volta che qualcuno non è d’accordo con voi su quanto “Le città di pianura” sia un film meraviglioso nonché l’unica speranza del cinema italiano (potrei aver inserito in questa frase una mia personale opinione, NdA), non litigateci, non cercate di fargli cambiare idea, ma abbracciate questa vitale, per quanto fastidiosa, differenza di vedute.

Perché molto spesso quello che per voi è bellissimo, per gli altri è bruttissimo, e viceversa quello che per voi è bruttissimo, per gli altri è bellissimo. Scrivo a ragion veduta perché questa è la frase che meglio descrive la mia condizione di vita, che poi è divenuta la mia passione, a tal punto da trasformarla in un lavoro. Brutto per gli altri, bellissimo ai miei occhi.

Ma basta parlare di me, parliamo di voi.

Vi è mai capitato di provare fastidio per un fenomeno, un cantante, una serie TV talmente in hype da piacere letteralmente a tutti? Sappiate che siete nel giusto. È impossibile che una cosa piaccia a tutti. Grazie al cazzo, direte voi, è arrivato Stefano Bonaga a spiegarci il concetto di Bastian contrario. Sì però intanto Bonaga oltre ad essere un filosofo di cristo stava pure con Alba Parietti. Quello che i maschi alpha chiamerebbero “un bomber”.

Adesso questa cosa piace a tutti, ma tra quindici anni sono pronto a scommettere che, se avremo l’onestà intellettuale di svincolarci dal pestifero effetto nostalgia, la ricorderemo per quello che è: una merda grave. Dai raga, sul serio vi piace La Casa di Carta, con quei costumi di Zara e i personaggi che sembrano tutti avere i baffi finti di Groucho Marx?

Il punto è che nello scarto tra il bello e il brutto si nasconde la chiave per capire gli esseri umani.

Le cose brutte, sbagliate, storte, invecchiate male, le imitazioni fallimentari dei modelli alti; queste cose ci parlano di noi e della nostra società in maniera molto più precisa e spietata rispetto alle cose belle. Siamo bravi tutti a fare i fighi con i nostri libri belli esposti in altrettanto bella vista nelle nostre Kallax o nei nostri Billy dell’Ikea. Ma solo i libri brutti sono il vero specchio di un’epoca. 

Il fatto che esista un libro che si chiama “Dove andiamo a ballare questa sera – guida alle migliori 250 discoteche italiane” scritto nel 1988 da Gianni De Michelis, all’epoca vicepresidente del Consiglio italiano e grande appassionato di clubbing, ci racconta quel momento storico molto più precisamente di qualsiasi altro libro dell’epoca. Non a caso questo volume ha raggiunto lo status di Cult e ora vale come una prima edizione di Cesare Pavese.

Aggiungo un paragone ardito ma calzante: i sociologi per capire le abitudini di consumo di un popolo rovistano nella spazzatura. Gli storici per capire una civiltà studiano le cose basse, quelle di passaggio, consumate magari velocemente e poi buttate via. È un caso che le costruzioni degli antichi romani considerate più ingegnose siano le fogne e gli acquedotti?

In questo senso le cose brutte non sono brutte, sono rilevanti. Hanno delle storie da raccontare, e noi amiamo le storie raccontate bene, soprattutto quelle senza fronzoli. Ma le cose brutte non ci raccontano solo storie, ci raccontano anche la nostra storia. E Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di ricordare e celebrare la nostra storia in un momento in cui ci dimentichiamo troppo facilmente di certe aberrazioni. Nel caso non fosse chiaro: no, non mi riferisco più alle aberrazioni letterarie e culturali, mi riferisco proprio al fascismo.

Solo ricordandoci (e magari anche ridendoci sopra per sdrammatizzarle, certo) le cose brutte della nostra società possiamo capire fino in fondo chi siamo, da dove veniamo e dove non vogliamo più tornare. 

Perché la cultura arriva dai posti più impensati e ogni pezzo di cultura ha la sua dignità e la sua storia da raccontare. O quantomeno, il suo posto nel mondo.

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Grazie,

F.