RIFLESSIONI DA TRE GIORNI SERBI

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Di Giulio Patarnello

Non nego che una visita in un paese come la Serbia sia cominciato, nella mia testa, con una serie di pregiudizi e stereotipi che anche non volendo influenzano l’iniziale approccio che un individuo può avere nei confronti di un’altra nazione. La Serbia è notoriamente dipinta come una nazione dura, con un popolo cattivo e crudo mentre invece i russi e la Russia sappiamo tutti come vengono visti ultimamente. Se è chiaro a tutti che sia Serbia che Russia, attualmente e nel corso della storia, facciano e abbiano fatto cose orribili nei confronti di altri popoli e nei confronti anche dei civili stessi, io ci tengo a commentare brevemente quello che comunque è stato il mio primo impatto con uno Stato che di default ho sempre guardato con sospetto e in alcuni casi quasi con un certo timore, pur essendo parallelamente sempre stato estremamente affascinato dalla sua storia e, come dimostrano le nostre visite, dalla sua architettura. 

Se a primo impatto, nel momento in cui siamo usciti dall’aeroporto, la sensazione è stata, senza sorprese, quella di trovarci in uno stato e una città visivamente più poveri di quello a cui siamo abituati quando arriviamo in una capitale dell’UE (affermazione contestabile lo so, ma passatemi l’impressione da primo impatto di una capitale dell’est Europa), non appena abbiamo cominciato a girare e guardarci

bene attorno, per tanti versi la sensazione è invece stata l’opposto. Sotto una patina di edifici brutalisti, uomini dalle facce dure e scavate e graffiti contro l’Europa e l’ONU, si nasconde una capitale ricca a livello culturale e popolata da persone molto più disponibili e gentili di quello che, superficialmente, ci aspettavamo. Essendo una città di stampo abbastanza europeo, in particolare nella parte vecchia ad Est del fiume, i quartieri si sviluppano in maniera fitta e intricata, con tante vie in salita e discesa che offrono la possibilità a svariati locali di nascere anche a pochi metri l’uno dall’altro. Ci sono bar che si nascondono nei piani alti dei condomini, altri all’interno di centri commerciali. La sensazione rimane quella che ci sia sempre qualcosa da fare. I giovani che escono sono moltissimi (molti anche più giovani di noi) e i locali stanno aperti fino a tardi. 

C’è qui da fare una parentesi doverosa sulla nostra esperienza: abbiamo avuto a che fare principalmente con persone di origine russa. Certo, la città e gli spazi sono serbi, ma la maggior parte dei bar che abbiamo frequentato, che spesso ci stupivano per il loro stile e la loro modernità superando tranquillamente alcuni dei bar più belli che personalmente ho visitato a Berlino, Londra o Parigi, sono di base tutti stati aperti e poi gestiti da russi. 

Questi russi, scappati dalla guerra, sono uno spaccato demografico interessante da analizzare. Si tratta perlopiù di giovani tra i 20 e i 30 anni e la maggior parte ha a che fare con la musica o con l’arte. Tutti condividono un background simile a livello migratorio. Costretti a scappare dalla guerra si sono trasferiti prima in Armenia, poi in Georgia, poi in Israele e infine in Serbia, dove risiedono attualmente. C’è chi è riuscito, come il nostro amico Kirill, ad andare in Italia, chi invece in Germania. La maggior parte tuttavia si trova impossibilitata a trovare un visto per qualsiasi stato europeo. Il risultato è che, nel momento in cui si trovano tutti nello stesso posto, in questo caso Belgrado, tentano di ricostruire il loro sottobosco culturale e lo fanno ad una velocità sorprendente. Nel corso di un anno la quantità di locali che hanno aperto in città, da quello che ci raccontano, è incredibile. Il locale ŠKART di cui parlavamo nella Cronistoria è ad esempio il primo che il promoter Stefan ha aperto di altri tre locali, tutti nel giro di meno di un anno. La dedizione è encomiabile e questo si rispecchia chiaramente in una scena che pullula di eventi. Non c’è stata una sera o in generale un bar che non avesse un dj set o della musica fino a tarda notte, e che non avesse soprattutto gente all’interno che si stesse divertendo, bevendo e ballando. La clientela è sicuramente mista ma anche in questo caso i russi sono la maggioranza. 

Ci si trova ad assistere ad una città che offre i suoi spazi, forse da tempo molto più spenti e abbandonati a causa della guerra e del regime precedente, riempita da una generazione di artisti e creativi russi che, scappati dalla guerra, ha fame e voglia di ricostruire le loro realtà (un po’ come successe a Berlino negli anni 90 con i giovani di Berlino-ovest e gli spazi vuoti di Berlino-est). 

Io che personalmente ne sono sempre stato appassionato non mi sono tirato indietro, aiutato dall’alcol estremamente poco caro, dall’affrontare con alcuni di loro la questione politica più generale. Le “scoperte” sono abbastanza interessanti ma non particolarmente sorprendenti. I ragazzi con cui abbiamo parlato e che ci hanno

ospitato sono decisamente contro la guerra, anzi, molti di loro hanno parenti in Ucraina o in altri stati dell’ex Unione Sovietica. Il pensiero generale è di condanna di Putin in quanto comunque persona che li ha fatti scappare dallo Stato dal quale provengono e ha reso loro sicuramente la vita più difficile, anche per la diminuzione drastica della libertà di espressione, cosa che influenza direttamente l’arte e gli artisti. 

La situazione diventa più fumosa quando si parla di politica generale. Quello che risulta, e che secondo me è interessante, è una sorta di mancanza naturale di eurocentrismo. Essendo noi erroneamente abituati ad essere il centro del mondo, non siamo pronti a confrontarci con persone acculturate tanto se non più di noi, e in questo caso artisticamente simili, che però hanno una visione di fondo completamente diversa dalla nostra. Per loro l’Europa è sì importante, ma non è mai stata il centro del mondo. Tutti sono stati in Italia, e tutti hanno visitato città come Firenze e Roma, ma quasi nessuno di loro sa davvero perché, ad esempio, Giorgia Meloni sia una figura considerata problematica. Allo stesso tempo tantissimi sono stati a Berlino o a Londra ma in generale risulta, giustamente, un minore interessamento per le realtà e gli equilibri politici in sé quanto più per la cultura e basta. Questo li porta ad essere solo apparentemente superficiali su certi discorsi (mi ricordo di una conversazione con un ragazzo che si stupiva che io considerassi la Meloni una figura quanto mai dannosa e devastante per l’Italia dato che lui ne aveva solo sentito parlare bene pure non sapendo direttamente nulla di quello che avesse fatto o stesse facendo), ma allo stesso tempo incredibilmente efficaci e diretti sul discorso musicale, senza perdere tempo come molte realtà europee a farsi paranoie su paranoie per poi non portare a termine nulla. Il fatto di aver ricevuto una proposta come “ma perché non venite a fare un tour in Russia?” denota da un lato un’ingenuità che superficialmente qualcuno potrebbe prendere per ignoranza (noi subito abbiamo pensato che sarebbe stato incredibile ma che non avremmo mai più potuto suonare in Europa, i festival ci avrebbero tagliato fuori, le etichette ci avrebbero ignorato, eccetera e che chiederlo fosse più una battuta che una vera proposta) quando invece è una spontaneità che in Europa è quello che manca e che alla fine sta rovinando la scena artistica e creativa con problemi tra stati, promoters e artisti stessi. 

La situazione in cui questi esuli russi si trovano li porta ad essere estremamente diretti e pronti a dare il tutto per tutto per quello che amano, andando oltre delle cose su cui noi europei ci faremmo non pochi pensieri (N.B. andare a vivere in Israele in quanto unico stato che gli concede un visto) e questo li porta ad essere gli unici veramente aperti nel panorama musicale europeo e quindi gli unici che sfruttano al cento percento il potenziale che questo continente offre.  

In conclusione, Belgrado è stata un’esperienza sicuramente formativa e divertente, ma che ha anche molto destabilizzato in positivo una serie di pregiudizi che non sapevo di avere sia sulla Russia e la Serbia, sia al contrario sulla scena europea. Parlare con persone così lontane da me ma con la mia stessa passione in un paese considerato problematico e difficile mi ha aperto gli occhi su come, per quanto riguarda esclusivamente la musica e la cultura, spesso le sovrastrutture che

dovrebbero essere abbattute e distrutte dall’arte stessa, finiscono invece per impedirci di creare una comunità forte tra chi fa arte. Ci si frammenta in tanti piccoli e deboli entità che da sole non sono in grado di concludere nulla e si accontentano di piccole soddisfazioni senza guardare fuori dalla loro realtà e dallo stato in cui operano, senza comprendere che ciò che davvero può cambiare la situazione di desertificazione culturale che stiamo vivendo è fare comunità con chi quella passione la sente tanto quanto noi (se non di più) ed è disposto a cambiare uno stato all’anno pur di continuare a fare quello che ama.